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Lo stile e la moda sono la mia passione.

Islanda nella terra di ghiaccio e fuoco

2026-03-16 12:10

Michael Bolognini

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Islanda nella terra di ghiaccio e fuoco

Non esiste un modo morbido per entrare in sintonia con l'Islanda. O ti adatti ai suoi ritmi, o lei ti respinge. Questo è il diario delle mie ore in Islanda

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Non esiste un modo morbido per entrare in sintonia con l'Islanda. O ti adatti ai suoi ritmi, o lei ti respinge. Questo è il diario delle mie ore lungo il Laugavegur e oltre, la seconda tappa del progetto "Seven Days Extreme Essential". Sette giorni di sopravvivenza pura, in completa autonomia.

 

Niente tenda. Niente tarp per deviare il vento. Solo io, il mio sacco a pelo e un sacco da bivacco in Gore-Tex. Una barriera sottilissima tra me e la furia dell'Atlantico, che si è rivelata ben presto una trappola di umidità. Ecco come l'Islanda ha azzerato le mie certezze.

 

Giorno 1: L'inganno dei colori e l'inizio della pioggia

Tratta: Landmannalaugar – Hrafntinnusker

 

Tutto inizia a Landmannalaugar, in un'esplosione cromatica surreale di montagne di riolite sfumate di rosso, giallo e verde, avvolte dai fumi geotermici. Nello zaino ho lo stretto indispensabile e, piegata con cura, la bandiera di Busto Arsizio. L'energia dei sette ragazzi che mi accompagnano e dell'amico Alberto Bruschi è alta, ma so che la nostra percezione del viaggio si separerà presto.

 

Più saliamo verso Hrafntinnusker, più i colori vengono inghiottiti da nevai persistenti. Poi, inizia a piovere. Arrivati a destinazione, mentre il gruppo cerca rifugio montando le tende, io mi preparo alla notte. Nessun riparo da costruire, nessuna copertura sopra la testa: solo un avvallamento tra le pietre scure, il mio sacco a pelo e il sacco da bivacco in Gore-Tex. È la prima notte, e capisco subito che sarà straordinario.

 

Giorno 2 e 3: Il cedimento del Gore-Tex e il freddo nelle ossa

Tratta: Hrafntinnusker – Álftavatn

 

L'estate artica ti toglie i punti di riferimento: 24 ore di luce pallida e grigia sotto un cielo che non promette nulla di buono. Attraversiamo distese di ossidiana tagliente, sferzati da un vento che tocca i 60 km/h.

 

La discesa verso il lago di Álftavatn è spettacolare, ma la mia mente è concentrata su un unico pensiero: la gestione termica. La notte sarà umida. Sotto la pioggia incessante, il sacco in Gore-Tex cede. Non respira abbastanza per espellere la condensa e non tiene fuori l'acqua islandese, che è spinta da raffiche implacabili. Mi ritrovo immerso in un bozzolo umido. L'umidità qui non ti bagna, ti divora. Guardare le sagome delle tende dei miei compagni a pochi metri di distanza, sapendo di non potervi entrare, è un esercizio di autocontrollo feroce, mi affido al mio sacco a pelo realizzato su misura per me da Cumulus. Resto solo con l'istinto primordiale di produrre calore.

 

Giorno 4 e 5: Deserto nero e guadi glaciali

Tratta: Álftavatn – Emstrur

 

Il paesaggio muta drasticamente. Entriamo in un deserto di ceneri vulcaniche e sabbia nera, un pianeta alieno e inospitale. Per proseguire, dobbiamo affrontare diversi guadi. L'acqua dei fiumi glaciali ti taglia la pelle, togliendo sensibilità alle gambe nel giro di pochi secondi.

 

Rimettersi in marcia umido è devastante, ma la sera a Emstrur è anche peggio. Il mio sacco a pelo ha assorbito l'umidità dei giorni precedenti. Entrarci dentro non offre alcun sollievo immediato, ma solo un lungo brivido prima che il calore corporeo riesca a scaldare quel velo bagnato. Senza un riparo per far asciugare l'attrezzatura, la resilienza mentale è spinta oltre l'estremo. La mente cerca scuse, ti implora di cedere al comfort. Ma è proprio in questa nudità assoluta di fronte alla natura che l'architettura della mia esperienza prende forma. Sei tu, la pioggia e nient'altro.

 

Giorno 6 e 7: Il respiro del fiume e la potenza dell'acqua

Tratta: Emstrur – Þórsmörk / Verso la Cascata

 

Gli ultimi due giorni cambiano ancora una volta le carte in tavola. Attraversiamo il vertiginoso canyon di Markarfljótsgljúfur e la desolazione nera cede il passo a fitti boschi di betulle. Ma il vero traguardo emotivo e fisico arriva nell'ultima giornata, quando iniziamo a seguire il corso del fiume.

 

L'acqua è stata la mia più grande nemica per tutto il viaggio – sotto forma di umidità e vento implacabile, umidità nel sacco a pelo e guadi spietati – ma ora diventa la nostra bussola. Passo dopo passo, il fragore in lontananza cresce, fino a diventare un boato che fa tremare il terreno.

 

Raggiungiamo così la cascata più importante e iconica d'Islanda. Stare lì davanti, sferzato ancora una volta dalla nebulizzazione dell'acqua che si schianta al suolo con una potenza inaudita, è un momento di lucidità totale. Quando il cronometro segna la 168esima ora, il senso di liberazione ti travolge, potente quanto la cascata stessa. Non c'è un'euforia sguaiata da conquistatori, ma un silenzio interiore profondo.

 

Ho trascorso sette giorni esposto alla pioggia battente, tradito dai materiali e spogliato di ogni difesa. Non ho sconfitto l'Islanda. Ma accettando la sua furia senza scudi, ho ridotto me stesso all'essenza più pura, trovando esattamente la verità che ero andato a cercare oltre il limite.


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